Seminario del 18 02 2012 - Associazione Culturale Alfabeto del Mondo

Vai ai contenuti

Menu principale:

Seminario del 18 02 2012

Pubblicazioni > Atti dei seminari

           I MINORI STRANIERI E IL CARCERE
di Gianluigi Ferrero (Garante della Provincia di Cagliari dei diritti dell'infanzia e dell'adolescenza)


  La categoria dei minori stranieri è senza dubbio caratterizzata da una grande eterogeneità. essa infatti comprende ragazzini che dalle più varie regioni del mondo sono giunti in Italia per ricongiungimento familiare, oppure sono nati nel nostro territorio da genitori immigrati e che qui sono cresciuti, o ancora minori che hanno varcato da soli i confini italiani, in fuga da zone di guerra o semplicemente alla ricerca di un futuro migliore.
  Tutti sono però accomunati da una fragilità di fondo che deriva loro dall' essere minorenni, quindi non in grado di soddisfare in modo autonomo i loro bisogni, e stranieri, ovvero estranei e diversi rispetto al contesto in cui vivono. Si tratta di situazioni che costringono questi ragazzi non solo a lasciare le sicurezze dell'infanzia per abbracciare l'incertezza dell'età adulta, ma anche di confrontare le proprie radici culturali con i modelli  che la società d'arrivo propone loro. A queste debolezze si aggiungono per i minori non accompagnati, dei cui problemi voglio trattare,  ulteriori difficoltà perchè è mancato loro qualunque appoggio economico, affettivo e relazionale di adulti significativi in grado, non solo di sostenere la loro crescita, ma anche di porre limiti ai loro comportamenti.
  Tali fragilità e una sostanziale mancanza di alternative possono essere la causa che li può indurre a commettere reati, quali scelte prodotte da contesti di marginalità ed esclusione ai quali questi minori finiscono per appartenere.
  Il sistema penale minorile italiano si  è trovata così a confrontarsi con queste nuove realtà a cui non sempre è facile dare risposte nell'ottica della responsabilizzazione dei giovani autori di reati e del loro inserimento nella società.
  Or bene, è innegabile che compito e responsabilità del giudice penale minorile sarebbe quello di assicurare al minore straniero un giusto processo, al pari del minore italiano che delinque; evitargli se possibile l'esperienza carceraria con l'applicazione di misure alternative; garantirgli quindi un percorso di risocializzazione.
  Un compito veramente arduo se non impossibile, giacchè il processo penale minorile è in sostanza un processo che pone in primo piano la personalità del minore attraverso un'indagine che richiede un'approfondita conoscenza da parte dei servizi sociali e del giudice della storia personale e familiare del ragazzo, dell'ambiente in cui è cresciuto, degli eventuali eventi traumatici che hanno ritardato il suo sviluppo psico-fisico, al fine di valutarne ai sensi dell'art.9 del d.p.r.mn.448 del 1988, l'imputabilità (che significa la maturità  e cioè la capacità di rendersi conto della realtà e di fare delle scelte consapevoli), formulare delle prognosi sul suo futuro ed applicare una sanzione adeguata.
  Ma, mentre per il minore italiano questo può essere ricostruito attraverso i racconti dei familiari, della scuola e degli interventi socio-assistenziali, tutto questo è pressoché impossibile per il minore straniero non accompagnato, del quale non esiste altra forma di conoscenza se non quella del racconto del minore stesso. Un racconto che può essere incompleto, non veritiero e comunque incontrollabile.
   La conseguenza che se ne trae è che, quanto alle misure cautelari da assumersi in flagranza di reato, mentre il codice prevede una gradualità di misure che vanno dalle prescrizioni, alla permanenza in casa o al collocamento in comunità e solo da ultimo al carcere, per il minore straniero l'unica alternativa resta la custodia cautelare in carcere. Egli  infatti non ha genitori che possano garantire il rispetto delle prescrizioni; non ha una casa dove stare, rifiuta la comunità dalla quale fugge.
  Quanto al trattamento penale da adottare alla conclusione del processo è estremamente difficile fare una prognosi favorevole nei confronti di chi non si conosce e di chi si sa poco o nulla, spesso neppure le esatte generalità, la data di nascita e che ha bisogno di un interprete perchè non conosce la nostra lingua; sicché questi ragazzi, quando sono riconosciuti colpevoli, sono inevitabilmente condannati alla pena della reclusione. E' infatti difficile progettare per loro una messa alla prova, concedere il perdono giudiziale, applicare sanzioni sostitutive o altre misure alternative al carcere quali l'affidamento ai servizi sociali o la detenzione domiciliare.
  Con questi ragazzi l'unica risorsa per far valere la loro condizione di minorenni su quella di stranieri è quella di agganciarli una volta entrati in carcere; di conoscerne finalmente la personalità e le esperienze vissute nella loro famiglia e nella loro società; di elaborare progetti che tengano conto delle loro risorse e delle loro aspettative, creando una rete di sostegno all'esterno, perchè una volta usciti dal carcere non ricomincino a delinquere.
  La convinzione che questa, per ora, sia l'unica strada percorribile nasce anche dalla mia passata esperienza di giudice minorile: Voglio ricordare in particolare il caso di un ragazzo marocchino, trasferito dal Becaria di Milano nell'istituto penale minorile di Quartucciu, il quale, grazie all'impegno di tutti gli operatori del carcere, dal direttore agli educatori, agli agenti di custodia, e grazie soprattutto a quella rete di aiuto e di responsabilizzazione creata all'esterno del carcere da Don Ettore Cannavera con la sua comunità "La Collina>",  dopo un breve soggiorno in carcere, si è inserito a pieno titolo nel nostro mondo. Ora è n uomo libero, che vive autonomamente del proprio lavoro, fornendo con generosità aiuto ai suoi fratelli.
  E questa esperienza, che per fortuna non è stata l'unica, mi consente di ritenere che le comunità si presentano indubbiamente come una risorsa importante per i giovani stranieri, un momento di passaggio che dal carcere può portare alla libertà, all'integrazione sociale attraverso un percorso alternativo che può consentire a questi giovani di trovare un lavoro e di inserirsi nella società.
  A questo proposito è bene ricordare che l'art.18 comma 6° lett.a) del T.U.sull'immigrazione prevede la possibilità di rilasciare un permesso di soggiorno per protezione sociale allo straniero che abbia espiato la pena in carcere o con una misura alternativa per reati commessi da minorenne e che abbia partecipato ad un programma di integrazione sociale.
  Il paradosso riguarda il fatto che fino all'entrata in vigore della legge 8 agosto 2011 n.89, che, come ho detto la volta scorsa, ha consentito ai minori stranieri affidati o sottoposti a tutela di avere, al raggiungimento della maggiore età, un permesso di soggiorno per motivi di studio, di lavoro o di apprendistato, la espiazione di una pena detentiva rappresentava l'unica possibilità per il minore straniero di continuare a soggiornare in Italia da  maggiorenne.
  In conclusione per questi minori in difficoltà entrati nel circuito penale, il carcere minorile, se inteso come struttura di passaggio, costituisce una preziosa opportunità che può responsabilizzarli e favorire il loro inserimento sociale.

_______________________________________________________________________________________________________________________________________________________
_____________________



" Una finestra sulla cultura dei minori Rom"
Intervento di:
Jasmina Mahmutcehajicv
Caritas Cagliari


In questi ultimi anni si è parlato molto di immigrazione, migrazioni, prima e seconda generazione, motivazioni umanitarie ed economiche, luoghi d'origine vicini e lontani...

Quest'oggi vorrei affrontare uno degli argomenti da lungo tempo ignorati od affrontati con superficialità e disinteresse. Tant'è la misconoscenza della questione, che si è venuto a creare un vero e proprio buco nero, sia legislativo che sociale. In questo buco nero, posto ai margini della società, vive un numero sempre maggiore di persone, completamente al di fuori delle mappature che noi utilizziamo per le nostre definizioni di fenomeni sociali.

Parliamo di persone che ci sono talmente vicine da essere costantemente presenti nelle nostre discussioni, dalle chiacchere di vicinato ai casi mediatici. Allo stesso tempo, le persone delle quali parlo ci sono talmente lontane che la maggior parte delle cose che ne vengono dette sono frutto di voci che si nutrono a vicenda, boatos, leggende urbane e pregiudizi... In somma, una comunità costantemente presente, separata clinicamente dalla nostra quanto al suo interno: la comunità Rom.

In particolare, vorrei parlare dei minori presenti nella comunità Rom. Si tratta di bambine, bambini e giovani che vivono in uno stato che viaggia tra l'abbandono, la marginalità, la negazione e la criminalizzazione. Parliamo di persone, per lo più, nate in Italia da genitori nati in Italia, comuncque ignorati dall'apparato burocratico/amministrativo. Persone che sono tuttora trattate come straniere nel paese nel quale sono nate, nel quale hanno vissuto e nel quale sono nati ed hanno vissuto i loro genitori. Certo, come già detto si tratta quasi sempre di una vita ai margini, ma non per questo si può ignorare o negare la loro appartenenza alla nostra comunità. In primis, alla nostra comunità umana ed a seguire a tutte le altre comunità che volete includere: nazionale, regionale, locale...

I minori delle comunità Rom vivono in un precario disequilibrio tra sporadici tentativi di integrazione (comunità locali, scuole, asl...), una forte tradizione tramandata per via familiare di chiusura e di quasi totale ignoranza delle necessità amministrative (i casi di giovani od adulti senza alcun documento o certificato di nascita sono più che comuni) ed infine una posizione di valvola di sfogo sociale.

Sempre più frequenti sono gli episodi di razzismo nei confronti di persone che non vengono viste come concittadini, ma come corpi estranei e pericolosi. Così come sono frequenti sempre più i tentativi di cancellare gli individui da ogni quadro legale (un esempio sono la negazione della cittadinanza o la revoca della cittadinanza).

In una situazione estrema come quella illustrata i giovani sono, ovviamente ed evidentemente, le prime vittime. A metà tra due mondi che spesso li negano, almeno in parte, entrambi. Costretti a subire una quotidiana violenza, a prescindere che sia qualla fisica o quella clinica, senza avere la possibilità od il potere di reagire. Abbandonati a se stessi da coloro che più dovrebbero aiutarli in un mondo in costante evoluzione, al quale sempre più entamente si adattano le nostre categorizzazioni legali e sociali.


______________________________________________________________________________________________________________


 
 
Torna ai contenuti | Torna al menu